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mercoledì 18 marzo 2020

Coronavirus, Fabrizio è morto a 32 anni: qualche mese fa aveva contratto un'infezione che lo aveva indebolito

Fabrizio Marchetti è morto a 32 anni per coronavirus. Faceva il barista a Nova Milanese, in Brianza, ed è una delle vittime più giovani del coronavirus. Sui social sono decine i messaggi di cordoglio per il ragazzo scomparso a causa di questa malattia che sta preoccupando tutto il mondo e la sua giovane età, purtroppo, deve far capire che nessuno può e deve prendere alla leggera il rischio di contagio.


Fabrizio qualche mese fa era stato a Cuba e aveva contratto un'infezione. Questo aveva indebilito le sue difese immunitarie, così, quando ha contratto il coronavirus le sue condizioni si sono aggravate in poco tempo ed è stato necessario intubarlo. All'inizio di marzo ha iniziato ad avere i primi sintomi influenzali, con febbre alta. Poi è stato necessario il ricovero ma in ospedale le sue condizioni si sono aggravate ulterioremente fino a quando non è morto.

Molti amici e clienti affezionati gli hanno dedicato un pensiero in queste ore sulla sua pagina Facebook. «Aveva sempre un sorriso per tutti e per mesi ha allietato le mie mattinate e i pomeriggi del sabato col mio ragazzo», ha scritto un cliente, «Ascoltava tutti e si raccontava», ha ricordato un altro. La famiglia ha fatto sapere che procederà alla cremazione, ma il grande dolore è quello di non poterlo salutare con una cerimonia funebre, viste le restrizioni governative imposte per arginare il virus. Appena l'emergenza sarà finita, però, hanno fatto sapere che avrà la giusta celebrazione.

domenica 14 maggio 2017

Andrea Lehotska choc: "Ho perso tutti i capelli, mi hanno dato due giorni di vita"

“A un certo punto mi hanno dato due giorni di vita. Non ho mai considerato l’idea di poter morire, anche se ho fatto testamento”. È tenace Andrea Lehotska, e lo ha mostrato anche durante la sua partecipazione all’Isola dei Famosi, ma ha rischiato davvero grosso, sopravvivendo a un’infezione mortale dalla quale ancora non si è del tutto ripresa.
A Diva e donna ha raccontato i dettagli di quanto le è accaduto a partire dallo scorso ottobre, quando si trovava in visita alla famiglia in Slovacchia: un improvviso malessere che si è manifestato con febbre alta, vomito, giramenti di testa e svenimenti. “Era in corso un’infezione del sangue ma i medici non capivano. All’inizio ho pensato che si trattasse di un tumore al polmone perché le lastre documentavano una macchia nera. Ma cresceva a dismisura e non poteva essere una massa tumorale, mi dicevano i medici. Il quarto giorno di ricovero ho perso il 98% per cento dei polmoni: l’infezione stava compromettendo gli organi”.
Trasferita al Centro europeo di ricerca sulle malattie infettive tropicali, la Lehotska è risultata negativa a tutti i test: “Mi hanno rigirata come un calzino tra analisi e test di ogni tipo, lastre e radiografie finché, nonostante non mi abbiano mai dato una comprovata diagnosi, hanno detto che poteva trattarsi di un batterio o virus preso durante uno dei miei viaggi, che a contatto con un altro batterio o virus ha scatenato l’infezione. A un certo punto mi hanno dato due giorni di vita. Non ho mai considerato l’idea di poter morire, anche se ho fatto testamento. I valori hanno continuato a peggiorare”.
“E’ stato uno shock da setticemia, legato a un’infezione che forse ho preso in qualche viaggio, ma forse le cause sono state più di una essendomi ferita una gamba in un incidente in motorino”. Nonostante la situazione sia migliorata a partire da dicembre, quando Andrea ha sentito un forte desiderio di cosce di pollo pur essendo vegetariana, ha raccontato di aver perso tutti i capelli e avere problemi a muovere le mani al risveglio ancora oggi. Malgrado tutto, non rinuncia alla sua passione per i viaggi che si è trasformata nella professione di reporter fotografica e travel blogger, e al momento si trova in Thailandia: “Se devo morire preferisco farlo qui al sole. Basta medici e medicine, voglio vivere nei miei posti del cuore”.

sabato 7 gennaio 2017

Abul, l'uomo albero, dopo 16 operazioni può finalmente abbracciare la sua bimba


Abul Bajandar aveva un solo sogno. Tornare ad avere un'esistenza normale. Una vita come quella di ogni papà del mondo che può prendere in braccio la propria bambina e tenerla stretta. Adesso quel desiderio è diventato realtà per il 27enne, meglio conosciuto come "l'uomo albero" a causa delle escrescenze che gli si sono sviluppate negli anni su mani e piedi: dopo 16 operazioni quel calvario sembra essere ormai alle spalle e Abul, che abita in un villaggio nel distretto meridionale di Khulna, si prepara a lasciare l'ospedale dopo un anno di degenza con sua moglie Halima e la sua bambina di 3 anni.
L'uomo ha sofferto di una malattia chiamata Epidermodisplasia verruciforme, caratterizzata da un'infezione cronica alla pelle che provoca l'insorgere di escrescenze e squame sugli arti. I primi segni apparvero dieci anni fa, ma lui all'inizio non dette importanza a quei primi sintomi, pensando fosse semplicemente un'infezione della pelle. Con il tempo, però, quelle escrescenze, simili a rami, sono diventate enormi, tanto da renderlo invalido e incapace di potersi nutrire, lavare, vestire senza l'aiuto della famiglia.
Una situazione insostenibile dalla quale Abul sta lentamente venendo fuori grazie a un ospedale di Dhaka che si è offerto di operarlo gratuitamente, visto che lui, con il suo magro stipendio da conducente di risciò, non avrebbe potuto affrontare le cure mediche: adesso, dopo 16 operazioni e la rimozione di 5 chili di escrescenze su mani e piedi, si appresta a lasciare l'ospedale. «Il trattamento su Abul è stato una pietra miliare nella storia della scienza medica - ha detto Lal Samanta Sen, coordinatore del reparto di chirurgia plastica al Dhaka Medical College Hospital - Le mani e i piedi sono ormai quasi completamente a posto. Sarà dimesso entro i prossimi 30 giorni dopo un paio di interventi chirurgici minori per perfezionare la forma delle mani».  Adesso per Abul si prospetta una vita nuova: dopo che la sua malattia è finita sui media di tutto il mondo gli sono arrivate parecchie donazioni per sostenere le spese dell'intervento. Ora con quella cifra aprirà una sua attività e potrà garantire un futuro alla sua bambina che, finalmente, riesce ad abbracciare: «Non ho mai pensato che sarei stato in grado di tenere la mia bambina con le mani. Ora mi sento molto meglio, posso giocare con lei e fare tutto ciò che non ho potuto fare prima. Ero così preoccupato di non riuscire a crescere mia figlia. Adesso spero solo che la maledizione non tornerà. Al momento penso solo che non vedo l’ora di tornare a casa».

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